Il mio quasi funerale, oggi 35 anni fa.

Premessa

  1. Mia madre faceva (e fa) subito cattivi pensieri;
  2. mia madre, all’epoca dei fatti,  aveva scarsissima dimestichezza con il telefono (era giusto una settimana che la SIP ci aveva attivato la linea);
  3. Mattinata era (è) un piccolo paese dove basta un niente per diffondere in meno che non si dica qualsiasi cosa, dal pettegolezzo alla peste bubbonica;
  4. Matteo era il proprietario del mitico Ristorante Panorama nonché l’allora marito di Teresa.

Mattinata, ore 14.30 circa, nei pressi del Ristorante Panorama dove mio fratello Nicola faceva il cuoco.

A Manfredonia era il primo giorno di festa patronale, a Mattinata invece era un giorno di fine agosto qualunque e faceva piuttosto caldo. Perciò quando Teresa mi chiese se volessi andare a Manfredonia assieme a lei, per tenerle compagnia durante il pomeriggio di shopping, ne fui molto felice e non me lo feci ripetere un’altra volta: non che mi interessasse fare compere, avevo 12 anni e pochi spiccioli in tasca, ma l’idea di andare in giro per bancarelle (e forse le giostre) mi allettava moltissimo. Dovevo decidermi in fretta però: l’autobus partiva da lì a pochi minuti. Non avrei fatto in tempo ad andare a casa a chiedere il permesso di partire. Matteo era con noi e  disse che ci avrebbe pensato lui ad avvisare i miei. Davvero? Dissi io. Sicuro! Rispose lui. E così partii tranquillo.

Arrivati a destinazione avevamo poco più di un paio d’ore prima di prendere l’autobus di ritorno. Troppo poco per fare tutto e infatti dopo il giro per i negozi ci attardammo alle bancarelle e perdemmo la corriera. L’autobus successivo sarebbe passato alle 19,00. Suggerii di ingannare l’attesa andando un po’ alle giostre ma la proposta fu respinta: alle 18.00 il ristorante riapriva e bisognava trovare un modo per rientrare quanto prima. Perciò propose di restare lì, a fare l’autostop, nel caso passasse qualche paesano. Nei pressi della fermata, dentro il bar Pace, c’era un telefono a scatti. Dalle risposte di Teresa ebbi modo di capire che a Mattinata non l’avevano presa troppo bene ma che qualcuno sarebbe venuto a riprenderci e che avremmo dovuto aspettare lì. Addio giostre. Dopo circa un ora arrivò Matteo. Appena mi vide si ricordò: non aveva detto niente ai miei, si scusò “tant n’eij nijnt, nnt pruccupénn, jeij tuttoapost” e partì. Conoscevo molto bene mia madre per sapere con certezza che “tanto non è niente e non mi devo preoccupare, tutto a posto” non era esattamente quello che pensava lei. Stetti tutto il viaggio in pensiero, prefigurandomi già la ramanzina, ma non potevo certo immaginare il putiferio che la mia povera mamma aveva scatenato in quelle tre/quatrro ore di assenza.

Cosa successe in quelle 3 ore

Mia madre, non vedendomi rientrare, dopo che si era tormentata per più di un’ora facendo le più svariate congetture, riuscì finalmente a parlare al telefono con mio fratello Nicola che chiaramente non aveva la minima idea di dove io fossi. Le disse che mi aveva visto l’ultima volta verso le due al Panorama e si azzardò a dirle che forse (si badi bene il forse) ero andato in spiaggia a farmi un bagno e che forse non ero ancora rientrato per quel motivo. Apriti cielo! Attaccò il telefono e si recò, vociando e in lacrime, da sua madre che abitava dall’altra parte del paese (dimenticando che poteva fare una semplice telefonata) allarmando, oltre che tutto il nostro vicinato, ogni altra persona che incrociava per strada e rispondendo, a chi le chiedesse spiegazioni, che Antonio “era entrato in acqua e non lo avevano visto uscire”. Questo aveva capito al telefono complice la suggestione (quando pensi al male, il male cerca di manifestarsi come può) e la poca dimestichezza con l’apparecchio telefonico. E insomma, tra l’andare e il tornare, mezzo paese aveva appreso che ero affogato in mare.

Cosa successe al nostro rientro

Io viaggiavo sul sedile posteriore destro. Avevo i finestrini abbassati. Arrivati alle porte del paese entrammo dal corso principale e lo percorremmo a passo d’uomo fino all’altezza della vecchia farmacia, poi svoltammo a destra verso il Panorama e parcheggiammo. Lungo il tragitto  avevo notato dalla mimica dei passanti che questi, dopo aver sbirciato dentro la macchina, dicevano cose tipo: lu vì! lu vì! stè quà! stè quà! menu mèl, menu mel, jeij viv! jeij viv!  (eccolo! eccolo! è qui! è qui! meno male, meno male, è vivo! è vivo!). Mi ero sentito un pochino osservato, ma non pensavo ce l’avessero con me. Sceso dalla macchina mi venne incontro Nicola intimandomi di precipitarmi a casa: la mamma non vedendomi arrivare aveva fatto cattivi pensieri! Ecco, ora iniziavano a essermi un po’ più chiari tutti quei commenti di poco prima. Feci la discesa di via d’Azeglio volando, sentendo gli stessi commenti di prima, questa volta venire dall’alto, con i vicini di casa che, affacciati ai balconi, gridavano al miracolo: ero vivo (e due, ma guarda un po’) e stavo bene, meno male. Svoltato l’angolo che dava su via Monte Saraceno la scena che vidi fu memorabile: l’ingresso di casa era circondato di gente con le facce a lutto mentre da dentro casa sentivo provenire pianti e lamenti vari, insomma la classica scena di un funerale dei tempi di allora. Cercai di scomparire per godermi meglio la scena (e per prepararmi al peggio, temendo sempre di prenderle di santa ragione una volta al cospetto di mia madre) ma non ci fu verso. Appena mi videro scoppiò un parapiglia: le grida di evviva, di quelli di fuori, miste a quelle di dolore, di quelli di dentro, facevano una tale babele che ci vorrebbe uno bravo come Pirandello per descriverla per bene. Fui preso e spinto dentro, ritrovandomi subito dopo in braccio a mamma che per poco non ci rimase secca nel vedermi così all’improvviso, col rischio di dover invertire le parti. Il pianto di dolore si trasformò in grido di gioia. Mi strinse a se, mi ricoperse di baci e mi bagnò il viso con le sue lacrime, che nel frattempo si mischiarono alle mie: tutto quel trambusto finì per emozionare anche me. Da allora, per qualche anno, ogni 29 agosto ero solito prendere in giro mia madre, chiedendole se aveva commissionato la messa di suffragio.

Beh oggi sono precisi 35 anni da quel giorno e un post commemorativo sul mio blog ci sta proprio bene.

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Autore: antonio giudilli

Antonio Giudilli ha 47 anni. Vive a Vagliagli, nel comune di Castelnuovo Berardenga. Lavora all'Università di Siena presso il Centro Servizi CUTVAP.

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