Faccia di bronzo

9 Aprile 2009

Le stesse identiche parole dette in occasione del terremoto di San Giuliano di Puglia Berlusconi le ha ripetute  all’indomani del terremoto in Abruzzo: “in 24 mesi ricostruiremo ecc ecc.” Nota bene il servizio di report è del 2006. Ieri sera durante la puntata di Exit su “La 7″ hanno detto che la ricostruzione dopo 6 anni non è ancora conclusa. Che altro aggiungere..

Italian? Berlusconi!

7 Novembre 2008

Da republica.it:

Sul sito del New York Times, sono stati pubblicati i commenti di quasi 1.200 persone stizzite dalla battuta del premier italiano. Intanto, secondo quanto riferisce la Cnn, Barack Obama ha chiamato al telefono alcuni leader del mondo, ma non ancora Silvio Berlusconi. Il presidente eletto ha parlato con l premier australiano Kevin Rudd, il britannico Gordon Brown, il canadese Stephen Harper, il Primo ministro israeliano Ehud Olmert, il giapponese Taro Aso, con la cancelliera tedesca Angela Merkel, con il presidente francese Nicolas Sarkozy e il capo di Stato sudcoreano, Lee Myung-bak, il presidente messicano Felipe Calderon.

Berlusconi chieda scusa pubblicamente!!

Poco fa ho letto sul blog di mio fratello quanto segue:
“Ieri ho chiamato in America per lavoro… e mi hanno detto Italian?? … Berlusconi… era meglio quando dicevano: Italian?? Mafia & Mangiaspaghetti”.

Ma guarda un po’ cosa tocca sentirci dire..

Come se

18 Agosto 2008

Spesso si sente dire da Berlusconi che la sinistra non è stata in grado di risolvere i problemi che hanno afflitto l’Italia negli ultimi anni. Parla come se in questi anni fosse stato sempre all’opposizione, come se non fosse tra i responsabili dello (s)fascio a cui siamo giunti, come se fosse l’uomo nuovo della politica italiana. Lui parla come se. D’altronde anche le sue televisioni ci hanno abituato a vedere le cose non come sono ma “come se”. Piano piano e un po’ alla volta, dagli anni ottanta fino ad oggi, la televisione (tutta, anche quella pubblica) ci ha plasmato e ci ha reso incapaci di essere critici, di essere una FORZA in grado di affrontare con dignità l’evolvere degli eventi. Ormai ne sono certo: un popolo che accetta 6.000 soldati nelle piazze ne accetterà 12.000 e poi 50.000. Un popolo che di fronte ai primi segnali di smantellamento del corpo di polizia (tre miliardi di euro di tagli questo sono), risponde che si sente più sicuro in virtù di qualche soldato tra le vie della città, è un popolo che ha perso il senso stesso dello Stato e che è PRONTO a farsi fare del male.


Una rinfrescata alla memoria non guasta e nemmeno questo articolo

Berlusconi ha aggiunto che in futuro Alitalia “avrà convenienza a trovare accordi con compagnie internazionali. In questo caso Air France potrebbe essere una buona soluzione”

Non potendo fare la cordata con i figli ha scelto i cugini… francesi!


via Reuteurs Italia

A quanto pare Berlusconi perde il pelo (tanto poi se lo fa trapiantare) ma non il vizio..

L’ora del dilettante

9 Giugno 2005

 

 

 
 
 

 

Cari lettori,

vi propongo un articolo tratto dal sito del Corriere della Sera, a firma di Enzo Biagi:

 

Mentre la stampa internazionale descrive l’Italia come «il malato d’Europa», Silvio Berlusconi risponde invece che «è un Paese ricco», soprattutto di speranze, io direi. Ribadisco: mi pare l’«ora del dilettante» che ci fa apparire come un Paese che non fa politica seria, ma del varietà.

È tanto vero che quando si debbono discutere questioni fondamentali, noi siamo esclusi: provvedono Francia, Spagna, Inghilterra e Germania.
Ultime notizie: domenica, a Bolzano, l’onorevole Berlusconi è stato fischiato in piazza. E lui, come risposta, ha fatto ricorso a un gesto volgare: ha alzato il dito medio.
Potete immaginare un De Gasperi, un Nenni, un Togliatti impegnati in questa sceneggiata? Si può pensare di rappresentarci così nel mondo?
E si può raccontare in giro che siamo dei benestanti, quando per molta gente, il mese ha una settimana in più, l’ultima?

E come ci vedono gli altri? Berlusconi a Bolzano è stato duramente contestato: «Buffone, vai a casa» gli urlavano, «mentre – ho letto – il cerone sul suo volto si scioglieva nell’afa del Bolzanino».

«Barzelletta» pensava la folla, ricordando le promesse del famoso «contratto con gli italiani»: grandi opere, posti di lavoro, sicurezza, pensioni. E intanto auspica «un partito unico dei moderati». Se poi sono anche seri e intelligenti, tanto di guadagnato. Berlusconi vuol passare alla storia; ci passò anche Cambronne, e con una sola parola.

Il Cavaliere, con il medio alzato, accanto una biondona, la coordinatrice provinciale degli «azzurri» che ride di quel gesto degno forse di un avanspettacolo, ha anche una bella battuta. Dice che con lui «l’Italia ha ritrovato ruolo e prestigio sul piano internazionale ». Infatti.

 

 

 

 

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The Economist

29 Maggio 2005

 

vi propongo di seguito la traduzione dell’articolo dell’Economist di questa settimana dedicato all’Italia.

Guardate un pò se vi interessa.

ciao e buona giornata.

(traduzione dall’articolo di copertina: “The real sick man of
Europe” dell’Economist del 21-27 maggio 2005).

“L’economia italiana è stagnante, il business depresso e le
riforme moribonde”.

Lo zar Nicola I di Russia creò la frase: “Il malato d’Europa” per descrivere l’impero Ottomano. Da allora molti altri stati sono stati definiti “il malato d’Europa”.
Negli anni ‘60 e ‘70 una Gran Bretagna dominata dagli scioperi e con una bassa crescita era la favorita. Negli anni ‘90 il titolo passò alla Germania. Ora è emerso un nuovo paziente: l’Italia.
Per un certo periodo, la malattia dell’Italia è sembrata essere comune anche a Germania e Francia, che insieme all’Italia producono il 70% del GDP della zona euro. Tutti e tre gli stati soffrono degli usuali problemi dell’Europa: eccesso di forza lavoro, rigidità del mercato della produzione, spesa pubblica eccessiva, tasse elevate ed eccesso di regolamentazioni.
Le notizie della scorsa settimana sull’Italia in recessione nel primo
quarto del 2005, con Francia e Germania in miglioramento, suggeriscono che l’Italia ha problemi più seri delle altre due nazioni.

Problemi diffusi nel’economia, nel business e nella politica.
Come riportato ancora una volta dal rapporto di questa settimana dell’OECD, la lenta crescita economica dell’Italia riflette le sue debolezze strutturali. Il “miracolo economico” degli anni ’50 e ’60 creò un’economia dipendente in gran parte da piccole aziende manifatturiere, concentrate per la maggior parte al nord e in aree specializzate come il tessile, i mobili, macchine utensili, processi alimentari ed elettrodomestici. Società che avevano bisogno di bassi costi per poter competere; nei tempi di inflazione, questa condizione era assicurata dalla svalutazione della lira.
Questa misura non è più possibile dall’adozione dell’euro.

Inoltre queste aziende sono le più vulnerabili non solo dalla competizione europea, ma, sempre più da quella asiatica, in particolare cinese. Non sorprende che le aziende tessili italiane siano in prima linea per chiedere a Bruxelles nuove protezioni contro le esportazioni cinesi. Produttori di mobili e di elettrodomestici versano nelle stesse difficoltà. E le aziende italiane stanno perdendo quote di mercato rispetto ai rivali cinesi non solo in Europa, ma anche nel resto del mondo.

Non desta sorpresa quindi che gli uomini di affari in Italia siano pessimisti. Anche se combattono con una economia sonnolenta, devono comunque affrontare una serie di eventi che hanno diminuito la loro confidenza, oltre a quella degli investitori stranieri. Le cose cominciarono a peggiorare visibilmente due anni fa, quando i problemi (ancora irrisolti) esplosero in Fiat, la società costruttrice di auto di bandiera, e quando le banche italiane si arrogarono il diritto di vendere bond ad alto rischio ai loro clienti come se fossero immuni da rischi. I bond furono rilasciati dall’Argentina e da due società italiane, Cirio e Parmalat.
L’Argentina entrò in crisi, mentre le due società alimentari fallirono. La frode che fece fallire la Parmalat dimostrò che il sistema di corporate governance delle società era marcio. La risposta a livello di nuovi regolamenti, sebbene veloce all’inizio, rallentò allorchè i politici pensarono che una crisi fosse alle porte. Sebbene la Parmalat sia stata salvata, i procedimenti giudiziari contro coloro che arrivarono quasi a distruggerla non hanno brillato per zelo.

La corporate governance continua a soffrire grossi rovesci, ma nessuno più evidente del licenziamento da parte del governo di Vittorio Mincato, amministratore dell’Eni, la sesta compagnia modiale gas-petrolifera. Non soltanto questo brillante e apolitico amministratore è stato rimpiazzato da una persona con nessuna conoscenza specifica(Paolo Scaroni, amministratore dell’Enel, la
compagnia elettrica italiana); ma questa ignoranza è ora condivisa dall’intero consiglio dell’Eni. La natura politica della nomina di
Scaroni suggerisce che il governo considera ogni società in cui detiene la maggioranza come di totale proprietà dello stato e quindi suscettibile di indirizzi politici.

Questo atteggiamento inverte una situazione in cui lentamente le aziende si sono rese indipendenti dalla prevaricazione e dalla protezione della politica che costrinse in passato l’Italia a pagare interessi elevati per ottenere prestiti internazionali.

Scaroni ha oggi l’opportunità di dimostrare che può respingere le interferenze politiche, così come fece Mincato. Ma gli azionisti dell’Eni osserveranno con nervosismo come la società si comporterà sotto la guida del nuovo management. Allo stesso modo, gli investitori stranieri stanno aspettando di vedere se la straordinaria saga dei due tentativi di scalata di banche italiane da parte di banche estere abbia un lieto fine (cioè che le banche estere vincano) o finisca in una farsa. A questo punto, il risultato è confuso, ma la Banca d’Italia e la Consob, che regolano il mercato borsistico italiano, hanno fino ad ora dimostrato una miscela irritante di protezionismo e di indolenza.

Dov’è il Governo?
Gli scarsi risultati dell’Italia non hanno danneggiato solo il business; hanno anche minato gli standard di vita degli italiani.
Questa è la principale ragione per cui gli italiani si sono allontanati dalla coalizione di centro-destra capeggiata da Silvio
Berlusconi in carica dal 2001. Sebbene Berlusconi abbia avuto buone notizie dalle elezioni siciliane questa [la scorsa, ndr] settimana, altre recenti elezioni hanno confermato che il suo governo è oggi profondamente impopolare.

L’Economist non fece mistero delle sue valutazioni su Berlusconi nel 2001; argomentammo che era inadatto a diventare primo ministro italiano. La nostra valutazione si basava sulla sua lunga storia di grovigli giudiziari, oltre agli stridenti conflitti di interessi che doveva affrontare come capo del governo (e quindi, indirettamente, la sua televisione pubblica), mentre controllava quasi tutte le stazioni televisive private.
Ma sperammo in una possibilità: che l’uomo d’affari trasformatosi in politico introducesse le riforme economiche necessarie in Italia e mettesse mano alle finanze pubbliche.

Quattro anni dopo, il governo Berlusconi non è riuscito a fare
nemmeno questo. Distratto da faccende legali e dipendente dai suoi
partner di coalizione, Berlusconi ha prodotto troppe poche
riforme (sebbene i suoi personali interessi di business abbiano
prosperato). I suoi rimedi per le finanze pubbliche italiane sono
stati prevalentemente misure una tantum, come i condoni fiscali;
il debito pubblico sta di nuovo aumentando. E’ riuscito a ridurre
di poco le tasse, ma non quanto promise. Ha operato dei
cambiamenti nelle pensioni e nella sicurezza sociale, ma in
generale le sue riforme hanno prodotto troppo poco e troppo tardi.

E la notizia veramente negativa è che, se Berlusconi perdesse le
elezioni politiche della primavera del 2006, l’opposizione di centro-sinistra, guidata da Romano Prodi, in precedenza primo ministro ed ex presidente della Commissione Europea, non ha in apparenza politiche economiche innovative e riforme da offrire. Il nuovo titolo dell’Italia (malata d’Europa, ndr) può rimanere senza sfidanti per un lungo periodo.

 

         
 
«…per completezza dell’informazione…»

 

Oggi ho trovato il commento di Berlusconi all’articolo.
Lo invio per completezza dell’informazione.

«La recente copertina del settimanale economico britannico l’Economist, che per dare il senso del declino italiano raffigurava la Penisola sorretta dalle grucce, non solo “non corrisponde al vero”, ma è esattamente “il contrario” della realtà che è fatta di “benessere e gioia” per essere nati nel paese “più bello e tra i più ricchi del mondo”».
(dal sito de La Repubblica)

 

 
 
   

azionisti mediaset

9 Maggio 2005

Non ha mantenuto le promesse con gli italiani, ma di sicuro le ha mantenute con gli azionisti Mediaset… andatevi a leggere questo articolo: (clicca qui)
in risposta a: Daimon

Fitto fitto

2 Maggio 2005

Quello che mi viene da pensare è che Fitto abbia pagato lo scotto di avere uno come Berlusconi alla guida del governo. Ha pagato Fitto per lui. Così come sta facendo tutta l’Italia. Fitto rappresentava il berlusconismo, i pugliesi lo hanno mandato a casa anche per questo. Quindi bisogna ringraziare anche Silvio.in risposta a: Vincenzo

Anche Storace è stato mandato via dalla porta principale, qualcuno però lo ha fatto rientrare dalla porta di servizio. Una parte degli elettori italiani gli nega il consenso bocciando, di fatto, il suo operato. Un uomo, il Presidente del Cosiglio, lo nomina Ministro. Roba da non crederci.

 

La cura

11 Aprile 2005

Mi tornano in mente le parole del grande Indro Montanelli:

in risposta a: Giovanni

“Berlusconi è una di quelle malattie che si curano con il vaccino, come il vaiolo. Per guarire da Berlusconi ci vuole una bella iniezione di vaccino di Berlusconi”.
(Il Fatto, Rai Uno, 27.03.2001)